La foto sbagliata
Eravamo entrati lì per errore meno di trenta secondi prima. Il weekend era stato organizzato da amici in un piccolo relais sulle colline: una ventina di persone, cena, degustazione, una notte fuori e colazione insieme prima di tornare alla propria vita. Io e Sara stavamo insieme da dodici anni, trentotto io e trentasei lei. Avevamo già avuto qualche esperienza con altre coppie, ma sempre persone conosciute apposta per quello: qualche foto, messaggi, un incontro. Il nostro mondo normale da una parte, il gioco dall’altra. Michele e Valentina appartenevano decisamente al primo. Li conoscevamo attraverso amici comuni, fra compleanni e cene, niente di più. Quella sera, sistemati per caso allo stesso tavolo, avevamo scoperto che erano anche molto più simpatici di quanto avessimo immaginato.
Durante l’aperitivo avevamo lasciato sul tavolino le tessere magnetiche delle camere. Loro erano nella 214, noi nella 216. Quando Sara decise di salire a prendere un cardigan perché cominciava a fare fresco, ne raccolsi una senza controllarla. La porta si aprì normalmente, ma lei fece appena tre passi e si fermò. «Questa non è la nostra.» Una camicia maschile sulla poltrona, un profumo che non riconoscevo, scarpe femminili accanto al letto. Guardai la tessera. «Merda. 214.» Stavamo già uscendo quando Sara si voltò verso il comodino.
La Polaroid era appoggiata contro una piccola macchina fotografica istantanea. Michele e Valentina erano seduti su un letto, lui a torso nudo, lei con una camicia bianca aperta sul reggiseno, le bocche unite. Ma nella fotografia c’erano quattro persone. Delle altre due non si vedevano i volti: una mano femminile spariva sotto la camicia di Michele, mentre un braccio maschile avvolgeva Valentina da dietro e la mano le copriva un seno. Non era una foto particolarmente esplicita. Era proprio quello a renderla difficile da ignorare. Sara mi guardò. «Usciamo.» Richiusi subito la porta e aspettammo di essere nel corridoio prima di parlare. «Non avrei mai detto che loro...» disse. «Nemmeno io.» Mi chiese se secondo me fosse davvero un’altra coppia. La presi in giro perché nella foto erano evidentemente in quattro, ma lei mi spinse piano. «Hai capito cosa intendo.» Sì, avevo capito.
Quando tornammo in giardino Michele e Valentina stavano parlando con gli altri come se niente fosse. Fu quello a colpirmi: erano esattamente le persone che conoscevamo e, allo stesso tempo, non riuscivo più a vederle nello stesso modo. Durante la cena sorpresi Sara a osservare Valentina. Io feci lo stesso con entrambi. Michele le poggiava una mano dietro la schiena mentre parlava, lei gli sfiorava distrattamente il ginocchio. Gesti normalissimi che ora continuavano a riportarmi alle mani sconosciute della fotografia. A metà dell’antipasto Michele mi sorrise. «Comunque grazie per avermi lasciato la vostra camera.» Sara smise di bere. Mi scusai per la tessera; lui rise dicendo di aver capito tutto quando la 216 non si era aperta. Valentina guardò prima lui e poi noi. «Spero non abbiate trovato troppo disordine.» Sara rispose «No» un po’ troppo in fretta. Valentina rimase sul suo viso una frazione di secondo più del necessario e poi tornò a mangiare.
Aveva capito?
Dopo cena finimmo tutti e quattro nella piccola saletta del relais mentre gli altri si disperdevano fra giardino e camere. Continuammo a parlare davanti a un ultimo bicchiere e a un certo punto Valentina prese in giro Michele perché conservava qualsiasi fotografia. «Anche quelle che dovrebbe buttare.» Sara abbassò gli occhi sul bicchiere. Valentina se ne accorse subito. «Che c’è?» «Niente.» «Hai fatto una faccia.» Sara stava già diventando rossa quando negò. Il sorriso di Valentina cambiò lentamente. «Ah. La foto.» Sentii lo stomaco stringersi. Michele capì guardandoci. «Avete visto la Polaroid.» Gli spiegai che era sul comodino e che non avevamo toccato nulla; lui rise: «Tranquillo, non contiene segreti di Stato.» Valentina invece continuò a guardare Sara. «Ma l’avete vista.» «Sì.» «E cosa avete pensato?» Sara cercò per un attimo il mio sguardo. «Che non vi avremmo mai immaginati così.» Michele sorrise. «Scambisti?» Poi guardò noi. «E voi?»
Era il punto esatto in cui avremmo potuto fare una battuta e richiudere quella porta per la seconda volta. Guardai Sara. «Qualche esperienza l’abbiamo avuta.» Valentina sorrise lentamente. «Lo sapevo.» Sara rise. «Come potevi saperlo?» «Non potevo.» Fece una piccola pausa. «Lo speravo.»
Scoprimmo che la fotografia risaliva a circa un anno prima e ritraeva una coppia conosciuta lontano dalla loro vita quotidiana, esattamente come avevamo sempre fatto noi. Sara chiese perché avessero tenuto proprio quella. «Perché non si capisce chi sta con chi.» rispose Valentina. Era la stessa cosa che aveva colpito lei. Parlammo ancora per poco di quanto fosse diverso scoprire quella parte di persone che avremmo potuto incontrare di nuovo a un compleanno. «È proprio questo che mi mette a disagio.» ammise Sara. «Anche a me.» disse Valentina. «E allora perché sembri così tranquilla?» «Perché mi eccita anche.» Sentii la coscia di mia moglie appoggiarsi alla mia. «Anche a me.»
Quando il ragazzo del relais cominciò a spegnere alcune luci arrivò il momento più semplice della serata: bastava dirsi buonanotte. Invece, davanti alle scale, Valentina guardò Sara. «Da noi c’è ancora una bottiglia.» Sara cercò me. «Andiamo?» Annuii.
Entrammo nella 214 per la seconda volta quella notte e la Polaroid era ancora dov’era prima. Michele la prese e la porse a Sara. «Almeno stavolta puoi guardarla senza sentirti una ladra.» Da vicino si vedevano più dettagli, ma non più risposte. Sara indicò la mano sul seno di Valentina e chiese se appartenesse all’altro uomo. «Sì.» «E quella su Michele?» «A lei.» Valentina era rimasta accanto a Sara. «Da quando ho capito che avevi visto la foto continuo a chiedermi dove avresti guardato per prima, se fossi stata lì.» Sara abbassò gli occhi sull’immagine. «La mano sul tuo seno.» «Perché?» Stavolta ci mise un po’ a rispondere. «Perché avrei voluto sapere cosa si prova a essere al suo posto.»
Valentina le tolse lentamente la fotografia dalle dita. «Allora metticela.»
Per qualche secondo non si mosse nessuno. Valentina si sistemò accanto a Michele, abbastanza simile alla posizione della Polaroid da farci capire cosa stava facendo, e aprì appena lo scollo del vestito. Sara rise nervosamente. «State facendo sul serio.» «Hai iniziato tu.» rispose Michele. Mia moglie si avvicinò e appoggiò inizialmente la mano troppo in alto, quasi sulla spalla. Valentina sorrise. «Nella foto non era lì.» Sara diventò ancora più rossa, ma fece scendere lentamente le dita dentro lo scollo. La vidi cambiare respiro nel momento in cui il seno dell’altra donna le riempì davvero il palmo. Valentina chiuse per un istante la propria mano sopra la sua, poi la lasciò libera di muoversi.
Michele guardò la Polaroid. «Manca qualcuno.» Il braccio dell’altro uomo arrivava da dietro Valentina, così mi avvicinai alle sue spalle e appoggiai una mano sul fianco. Lei confrontò la posizione con la foto. «Neanche tu sei bravo a copiare.» «Sono più creativo.» Rise e mi prese il polso, spostando la mano più in alto. Sul seno. Per un istante le dita mie e di Sara si sfiorarono sulla pelle di Valentina e tutta la goffaggine della ricostruzione sparì. Michele prese la macchina fotografica. «Aspettate.» Sara scoppiò a ridere. «Hai una macchina in mano e dici di aspettare?» Il flash partì mentre stavamo ancora ridendo.
La nuova Polaroid uscì subito. Valentina la guardò appena. «Questa farà schifo.» Sara indicò Michele. «Colpa del fotografo.» «Allora ne facciamo un’altra.» Questa volta nessuno assegnò i posti. Michele si sedette sul bordo del letto e Sara rimase davanti a lui; io ero dietro Valentina. Per qualche secondo aspettammo tutti che succedesse qualcosa. Michele si avvicinò per baciare mia moglie e lei arretrò istintivamente di mezzo passo.
La stanza diventò silenziosa.
«Scusa.» disse lui fermandosi subito. Sara scosse la testa. «No, aspetta...questa parte mi fa più strano.» Guardò me, poi di nuovo Michele. «Fammi arrivare io.» Lui non si mosse. Fu Sara a poggiargli una mano sul viso e ad avvicinare lentamente la bocca alla sua. Il sollievo che provai arrivò un secondo prima dell’eccitazione. Valentina mi prese la mano mentre guardava suo marito baciare Sara. Quando mia moglie si staccò cercò me. «Meglio.» «Per te o per me?» «Entrambi.»
Valentina si voltò e mi baciò senza più bisogno della fotografia come scusa. Il primo contatto fu quasi esitante, poi la sua mano arrivò dietro la mia nuca e smisi di pensare alla prossima cena in cui ci saremmo potuti ritrovare. Il secondo flash partì da solo e ci fece sobbalzare: avevamo dimenticato l’autoscatto. Valentina scoppiò a ridere contro la mia bocca. «Forse questa è venuta meglio.» Nessuno andò a controllare.
Da quel momento i vestiti cominciarono semplicemente a diventare inutili. Non sparirono tutti insieme: una camicia aperta, una spalla scoperta, una cintura slacciata. Valentina mi tolse la camicia e rimase con le mani sul mio petto; Sara si avvicinò e fece scorrere un dito accanto al suo. Poco dopo le due donne si baciarono di nuovo, urtandosi appena con i denti e scoppiando a ridere prima di riprovarci più lentamente. Michele, seduto accanto a me, seguiva sua moglie con gli occhi. «Pensavo sarei stato geloso prima.» «Aspetta.» Mi guardò divertito. «Rassicurante.» «Sto aspettando anch’io.»
Lo capii poco dopo. Sara era seduta fra le mie gambe, la schiena appoggiata al mio petto, mentre Michele le stava davanti. Io le baciavo il collo e sentivo il suo corpo aderire al mio. Lui le passò lentamente una mano sulla coscia; Sara la osservò, poi gli prese il polso e lo spostò più in alto. Fu lei a guidarlo fra le gambe. Sentii il suo respiro allungarsi e, quasi nello stesso momento, la sua mano cercare la mia dietro di sé. Michele ogni tanto alzava gli occhi verso di me; Valentina gli accarezzava la nuca mentre osservava Sara. Quando mia moglie si voltò per baciarmi, Michele ritirò la mano. Lei se ne accorse. «Perché ti sei fermato?» «Pensavo volessi...» Sara gli riprese il polso. «Non ho detto di fermarti.» Valentina rise piano. «Questa parte la voglio fotografare.» «No.» risposero Sara e Michele insieme.
Quando Valentina venne verso di me era rimasta quasi nuda, il vestito aperto e scivolato sui fianchi. Mi aprì i pantaloni e strinse il mio cazzo nella mano, rimanendo lì davanti a me senza trasformare il gesto in qualcos’altro. Sara seguiva le sue dita. «È strano vederti così.» «Così come?» «Con qualcuno che conosco.» Era esattamente ciò che avevo pensato di lei. Continuò a guardare qualche secondo. «Però mi piace.»
Finimmo sul letto senza una disposizione precisa. Michele e Valentina si baciarono per qualche istante come se fossimo spariti e quella loro intimità fece venire Sara verso di me. «Non sono sicura di capire chi mi eccita di più in questo momento.» «Ottimo.» «Non era un complimento.» «Lo prendo lo stesso.» Mi baciò. Valentina arrivò poco dopo, mi spinse lentamente sulla schiena e si mise sopra di me. Sara rimase vicina. Quando Valentina mi prese il cazzo fra le dita, prima di guidarlo dentro di sé guardò Michele, poi mia moglie. Per la prima volta mi accorsi che era nervosa anche lei. Sara le appoggiò una mano sulla coscia. «Vai.»
Valentina si abbassò lentamente su di me e il suo respiro si spezzò insieme al mio. Rimase immobile un istante, poi cominciò a muoversi senza fretta. Sara non tolse la mano dalla sua gamba. Io avevo mia moglie a pochi centimetri dal viso mentre sentivo il corpo di un’altra donna stringermi e lasciarmi andare. Michele raggiunse Sara alle spalle e le baciò il collo; lei gli prese una mano, aspettò, poi si voltò e lo baciò. Questa volta non ci fu esitazione. Lo trascinò verso il bordo del letto e lui le disse qualcosa all’orecchio che non sentii. Sara rise piano, poi guardò me.
Michele entrò in lei lentamente.
La gelosia arrivò come una contrazione precisa nello stomaco. Conoscevo quell’uomo. Avrei sentito di nuovo quella voce, probabilmente avremmo cenato allo stesso tavolo un’altra volta, e adesso quelle stesse mani erano sui fianchi di Sara. Mia moglie vide qualcosa sul mio volto e allungò una mano. Valentina si fermò sopra di me; anche Michele rallentò. Riuscii a raggiungere le dita di Sara.
«Tutto bene?»
Guardai lei. «Sì.»
Michele riprese lentamente. Valentina fece lo stesso e io e Sara continuammo a tenerci la mano mentre i nostri corpi seguivano ritmi diversi. Sentivo Valentina sopra di me ma guardavo mia moglie, riconoscendo cose che Michele non poteva conoscere: il cambiamento del suo respiro, la tensione delle cosce, quella piccola pausa del bacino quando il piacere diventava troppo forte. Quando Sara venne mi strinse le dita così forte da farmi male e, appena riaprì gli occhi, cercò me.
Quello era ancora nostro.
Valentina si chinò a baciarmi. Sara, ancora senza fiato, arrivò dall’altra parte. Per un momento le loro bocche furono così vicine alla mia che nessuno capì bene chi stesse baciando chi. Sara fu la prima a ridere e indicò con il mento il comodino. «Adesso ho capito perché vi piace quella foto.» Valentina la guardò. «Perché non si capisce chi sta con chi?» Sara scosse la testa.
«Perché non importa.»
Da lì la notte diventò meno ordinata e molto più semplice. Tornammo ai nostri partner, poi di nuovo agli altri, senza cercare nuove combinazioni solo per aggiungere qualcosa. Quando alla fine persi il controllo, ricordo soprattutto Sara accanto a me e la sua mano stretta alla mia. Poi sentimmo il rumore della macchina.
Flash.
Ci voltammo tutti. Michele guardò Valentina. «Avevi lasciato ancora l’autoscatto?» Lei scoppiò a ridere. «Forse.» La Polaroid uscì lentamente, ma nessuno si alzò subito per prenderla.
La mattina dopo pensai che la parte difficile sarebbe stata incontrarli a colazione. Durò meno del previsto. Valentina stava prendendo il caffè quando arrivammo, Michele era già seduto. Sara sorrise per prima. Michele mi passò la caffettiera. «Stavolta avete trovato la vostra camera?» «Alla fine sì.» «Peccato.» Quando arrivarono gli altri tornammo in pochi minuti quattro persone perfettamente normali che parlavano di traffico e programmi per la domenica.
Tornando nella 216 per prendere le valigie, Sara trovò una busta infilata sotto la porta. Dentro c’erano due Polaroid. La prima era quella scattata mentre cercavamo goffamente di imitare la loro: la sua mano nel vestito di Valentina, la mia sul seno, tutti ancora abbastanza rigidi da sembrare davvero in posa. La seconda era l’ultima. Nessun volto, corpi troppo vicini per capire dove ne finisse uno e iniziasse l’altro. In un angolo si vedevano soltanto due mani intrecciate.
Le nostre.
Sul retro Valentina aveva scritto:
**Questa è venuta meglio.**
Sara le osservò entrambe, infilò la seconda nella tasca interna della valigia e lasciò la prima sul comodino.
La guardai. «Sei seria?»
Sorrise.
«Vediamo chi prende la tessera sbagliata.»
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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